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Tornare a casa

Il mio ritorno a Iringa dopo il servizio civile

Ciao a tutti, mi ripresento: sono Federica, ex operatrice volontaria in Servizio Civile Universale de L’Africa Chiama. Dopo aver svolto il mio servizio civile, tra il 2024  e 2025, sono tornata ad Iringa per accompagnare i volontari di breve periodo da luglio a novembre.

Tornare ad Iringa è stato come tornare a casa dopo tanto tempo. 

Conoscevo i luoghi, i profumi, i ritmi della città e come muovermi. Conoscevo le persone, dal fruttivendolo di fiducia, agli amici, le operatrici e i collaboratori. Sapevo più o meno cosa mi aspettava. 

Quello che non avevo previsto era quanto tutto questo mi avrebbe colpita, come quando rincontri un caro amico dopo tanto tempo e sembra essere passato solo un giorno. Tornare è stato come un abbraccio che mi mancava e che non mi aspettavo di ricevere. Sono stata accolta con la felicità vera di ritrovarsi, di poter passare ancora del tempo insieme e vedere che la distanza non avevano cancellato nulla, che il legame costruito era rimasto intatto. 

Chi ha fatto volontariato o servizio civile all’estero conosce bene quella paura sottile che si prova al momento del rientro a casa. Quella insidiosa domanda che ti poni: cosa succederà dopo che me ne sarò andata? Il lavoro che abbiamo fatto continuerà? È stato davvero utile, o andrà perso col tempo? 

Tornare a Iringa è stata la risposta più bella che potessi ricevere. Nessuno aveva dimenticato, nulla era svanito, anzi, tutto era cresciuto.

Un nuovo ruolo: accompagnare i volontari in Tanzania

Questa volta, però, il mio ruolo è diverso.

Non sono più la volontaria che arriva per la prima volta, con tutte le domande e le incertezze di chi scopre un contesto nuovo. Oggi sono qui per accompagnare  volontari di breve periodo, aiutarli a muoversi in un mondo diverso, a capire e scoprire una nuova cultura e conoscere i nostri progetti. Questo ruolo mi da la possibilità di osservare tutto con un doppio sguardo: quello di chi ormai è familiare con il luogo e quello di chi vi si approccia per la prima volta.

Mi sono ritrovata nel loro atteggiamento incerto e curioso, nella voglia di capire le usanze del luogo, di interpretare una nuova lingua e di imparare ad adattarsi a un contesto diverso. Ho rivisto lo smarrimento e l’emozione del primo approccio alla disabilità e alla malnutrizione. Ma sopratutto lo stupore nel realizzare, con il passare dei giorni, di essersi affezionati alle persone ed ai bambini con cui si è trascorso del tempo vero insieme, attraverso la condivisione delle loro storie e dei loro traguardi.

Guardare i progetti crescere nel tempo

Chi sostiene L’Africa Chiama, o partecipa anche solo per qualche settimana ai nostri progetti di volontariato, spesso vede soltanto una parte del percorso.

Arriva, dà il proprio contributo e riparte, portando con sé il ricordo di quel pezzo di strada fatto insieme. È raro avere la possibilità di vedere cosa succede dopo. Io, questa volta, ho avuto questa fortuna. Ho visto come i progetti sono cambiati ed evoluti nel tempo, come ogni volontario, prima e dopo di me, abbia lasciato una parte della propria esperienza.

Non ci sono grandi cambiamenti che portano il nome di una sola persona, ci sono piccoli contributi che si sommano, si intrecciano e si completano tra loro.

Ogni progetto è migliorato perché ciascuno ha portato delle competenze diverse, ha notato qualcosa che chi lo ha preceduto non aveva notato o ha trovato un nuovo terreno, più fertile, per poter seminare un nuovo traguardo.

Così un approccio cambia, si corregge, diventa più utile rispetto al contesto e il percorso che L’Africa Chiama sta seguendo qui, insieme alla comunità.

Forse è proprio questo l’aspetto più bello di un progetto che dura nel tempo: non è mai il lavoro di una sola persona, non si ferma mai quando quella persona parte. Cresce, si trasforma, si adatta, diventando sempre più specifico e utile alla comunità e ai bambini che ne fanno parte.

Tornando ho notato dettagli che mostrano proprio questo tipo di crescita. Un materiale nuovo introdotto per rendere più efficace un’attività, un metodo diverso di organizzare gli incontri con le famiglie e gli assestment, una routine migliorata nel tempo grazie all’esperienza di chi si è alternato in questi anni. Questi cambiamenti, presi singolarmente possono sembrare piccoli, ma messi insieme raccontano una storia di crescita continua fatta di amore, ascolto, osservazione e della voglia di migliorarsi sempre.

Tornare ad Iringa: la gratitudine per un cammino costruito insieme

Il sentimento più corretto per descrivere il mio stato d’animo ora che sono di nuovo ad iringa è la gratitudine.

Gratitudine per il lavoro costante che continua ogni giorno qui, a L’Africa Chiama che lo rende possibile, al puntuale lavoro di Paolo Brasili, responsabile paese qui in Tanzania, all’amore e alla cura che fisioterapisti, nutrizioniste e operatrici mettono in questo progetto dedicato ai bambini con disabilità o malnutriti.

Quando si sostiene un progetto a distanza, si dona con fiducia e speranza, senza però poter seguire il risultato giorno dopo giorno.

Io ho avuto la fortuna di poterlo fare, di vedere come ogni contributo, grande o piccolo, entri a far parte di questo lavoro fatto insieme, in un grande cerchio che evolve anno dopo anno.

Tornare a Iringa mi ha insegnato che esiste un obiettivo comune, un disegno molto più grande, costruito da ogni persona che ne fa parte.

So che, se avrò la fortuna di tornare ancora, troverò altri progressi, altre storie e altri progetti cresciuti grazie a chi verrà dopo di me.

Perché ogni persona che passa lascia qualcosa. E ogni piccolo contributo, insieme agli altri, continua a costruire una storia più grande.

Federica Brazzoli

Collaboratrice de L'Africa Chiama in Tanzania