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La normalità che diventa diversità

I contrasti sono tanti e mi capita quotidianamente di sentirmi immersa in una realtà diversa da quella a cui sono abituata. Sommersa dalle novità, sorge naturale il pensiero “forse quello che conosco io non è l’unico modo di affrontare le situazioni e di percepire ciò che una qualsiasi giornata mi propone”.

Un giorno, durante il ritorno a casa dopo lavoro con un’operatrice del progetto Sambamba, è successo un episodio che ha reso evidente il diverso modo di vedere e di vivere le cose. Ci troviamo a dover attraversare una strada piuttosto trafficata da macchine, camion, bajaji (apecar) e pikipiki (moto) grazie ad un sottopassaggio solo pedonale. Mentre camminiamo, chiacchierando del più e del meno, ad un certo punto l’operatrice mi fa notare con fierezza e soddisfazione questa struttura di cemento che permette di trovarsi magicamente dal lato opposto della strada senza dover incrociare i veicoli che la percorrono.

Questa cosa la stupisce talmente tanto che, una volta attraversato il sottopassaggio, si ferma, si gira e mi dice “Guarda! L’abbiamo attraversata, prima eravamo dall’altra parte della strada!” e riprende a camminare e a chiacchierare con un grande sorriso.Io, con fare un po’ confuso cerco di trovare la meraviglia in una cosa che ho sempre dato per scontata, sorrido e proseguo al suo fianco.

Dopo pochi metri vedo dei movimenti sugli alberi attorno a noi, mi fermo e, sulla stradina che stiamo percorrendo, compare una scimmia. Mi stupisco della sua presenza e con un piccolo sobbalzo e con un “oddio!”, esterno tutto l’entusiasmo che nutro per questo incontro inaspettato.

La situazione si fa ancora più emozionante quando scopro che la scimmia non è da sola, ma ce ne sono tante altre che vivono nei dintorni. La mia collega, nel frattempo, prosegue più velocemente di me perché per lei è normale incontrare delle scimmie sulla strada. Capendo che per me non è un evento normale (o per lo meno, non ancora), si ferma vicino a me e stiamo ad osservarle insieme, commentando e ridendo per quanto buffe sono in alcuni loro movimenti o modi di fare.

Questo è uno dei tanti momenti in cui, da quando sono arrivata in Tanzania, il concetto di normalità vacilla e spesso lo metto in discussione. Qui anche il “banale” e normale momento dell’incontro tra e con persone è diverso: oltre a salutarsi, ci si chiede se ci sono problemi, come sta andando la giornata, come sta la famiglia oppure come va il lavoro. Indipendentemente dal fatto che la persona che ci si trova davanti si conosca o meno, è normale fare così. Come è altrettanto normale, nel momento in cui ci si congeda, il non salutarsi con la voce: è sufficiente un cenno con il capo e con la mano, un saluto molto rapido oppure il semplice silenzio.

A volte i giorni in cui non si ha voglia di parlare, diventa faticoso essere sempre solari e cordiali, ma in tanti altri casi questa caratteristica intrinseca della cultura fa capire quanto lo spirito di comunità e di condivisione sia profondamente radicato in questo popolo. Non sempre è facile accettare queste consuetudini, semplicemente per il fatto che l’ambiente in cui sono cresciuta e dove ho vissuto non richiedeva gli stessi comportamenti che vengono richiesti e dati per scontati qui.

Quando invece si scopre che qui è normale anche abbandonare a casa da sola una bambina disabile perché ci sono altri impegni fuori casa e la bambina, ormai grande e pesante, non può essere portata sulle spalle della nonna, sorgono domande diverse e forse più difficili sotto certi aspetti. Vicino al villaggio di Nyabula, non troppo lontano dal centro di Iringa, durante le visite domiciliari, con un’operatrice raggiungo la casa della bambina beneficiaria del progetto Sambamba. Nel momento in cui si entra in casa si chiede “permesso” e si tolgono le scarpe. Quel pomeriggio, entrando in casa, non riceviamo risposta se non la risata e i versi della bambina.

A. vive con la nonna e altri bambini in una casa molto modesta, all’esterno vivono dei polli e tutto attorno ci sono dei campi coltivati. Ci accorgiamo che la ragazzina si trova a casa da sola, intanto fuori piove e tira vento. La bambina, a causa del ritardo cognitivo che non le permette di parlare, non riesce a spiegare dove sia la nonna e perché lei sia rimasta a casa da sola. Io sento che dentro di me sale un sentimento di tristezza molto forte e di impotenza. Considero questa situazione piuttosto grave, in quanto potrebbe succedere qualsiasi cosa alla ragazzina nel momento in cui nessuno se ne prende cura. L’operatrice non si sorprende più di tanto, ci sediamo su un divanetto e attendiamo, tanto fuori sta piovendo abbondantemente e non è una buona idea proseguire con le visite. Dopo quasi un’ora la nonna fa ritorno a casa e, come se niente fosse successo, iniziamo a fare gli esercizi di fisioterapia. È normalità anche il lasciare per qualche ora la bambina da sola perché la nonna deve prendersi cura di altri tre bambini e, quel pomeriggio, è andata ad una riunione a scuola.

Allora penso di nuovo: se per me è tanto normale vedere un sottopassaggio, e per Amina è tanto normale vedere una scimmia, quante cose diverse ci sono tra il mio mondo e quello di coloro che stanno al mio fianco in questo Paese meraviglioso e non facile da scoprire?

Chiara Comai, volontaria in servizio civile in Tanzania

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