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Invenzione

L'INVENZIONE DELL'AFRICA. UN VIAGGIO, UN DIZIONARIO


Niccolò Rinaldi, “L’invenzione dell’Africa. Un viaggio, un dizionario”, prefazione di Walter Veltroni, Edizioni La Meridiana, Molfetta (BA), tel. 0803346971, www.lameridiana.it, pag. 205, € 15.

DIFESA ED ILLUSTRAZIONE DI UN CONTINENTE BISTRATTATO

di Enzo Barnabà

 “Anni fa, a Dar Es Salam, presi la fotografia di tre cabine telefoniche disposte una accanto all’altra in emblematica successione. Nella prima la cornetta era stata strappata via, nella seconda mancava anche il filo ciondolante, e alla terza non c’era nemmeno l’apparecchio, era rimasto solo il sostegno metallico. Pareva la sequenza di un’istallazione d’arte contemporanea.” Questo brano sembra fornire la cifra ideologica di Niccolò Rinaldi, grazie alla quale, affetto e propensione alla poesia trasformano il vandalismo in performance. Una chiave interpretativa dai fertili approdi, anche perché supportata da solide letture e da una buona conoscenza diretta del continente. L’autore, infatti, oggi segretario generale aggiunto del Parlamento Europeo e specialista di problematiche relative al Sud del mondo, ha curiosato in Africa sin da ragazzo ed ha lavorato in posti caldi come il Ruanda e l’Angola.

I ventuno capitoletti del libro seguono la progressione dell’alfabeto (a come aereo, b come baobab, eccetera) formando le tessere con cui va componendosi il mosaico del continente che, pagina dopo pagina, Rinaldi ci fa scoprire durante il viaggio in cui ci fa da guida. Nel titolo - “L’invenzione dell’Africa” - campeggia la parola chiave: invenzione, termine che l’autore adopera nell’accezione di “azione di scoprire” o forse piuttosto nel senso etimologico di “scoperta di qualcosa che è stata occultata”. L’Africa, infatti, per secoli ha fornito all’uomo bianco il pretesto della propria superiorità; non contava per quello che era, ma perché dava a chi si faceva forte della supremazia tecnica e militare, la possibilità di sentirsi più capace, più colto. Superiore, in una parola. “Capire l’Africa è l’occasione per smantellare la nostra armatura”, sostiene Rinaldi. Se si è d’accordo con questa affermazione il nostro viaggio può cominciare. E sotto i migliori auspici.

Come rileva Walter Veltroni nella prefazione, è stato evitato che la lettera p introducesse la parola pessimismo, mentre la o apre la porta a quell’ottimismo cui inducono la ricchezza umana e culturale del continente, da un lato, e la necessità di sostenere i processi democratici in corso, dall’altro. Le voci del dizionario-viaggio assumono quindi presto il tono della perorazione appassionata ma misurata, dell’arringa partigiana ma documentata a favore di un continente abitualmente bistrattato. Basta dare una scorsa alle frasi che trascrivo un po’ alla rinfusa (in corsivo, le citazioni che Rinaldi trae da altri autori) per avere un’idea delle argomentazioni:

“Al contrario dell’Africa, il ritmo dell’Occidente è scandito dalla dissociazione fra materiale e spirituale – sconosciuta dal Sahara in giù – dalla quale derivano tutte le altre forme di dissociazioni, a cominciare da quella mentale.”; “Siamo grati a un continente che scarta le ovvietà delle apparenze e insegna sotto voce che ogni uomo è tutti gli uomini, che ogni seme di cacao è il primo seme di cacao, che il sospiro del bambino che dorme è il sospiro eterno”; “Viviamo senza contare il passare del tempo, è l’unico modo di rendere tollerabile la vita. L’Africa lo sapeva già”; “La giornata comincia presto in Africa, alla luce dell’alba. Finisce col tramonto. Il giorno dura il giorno”; “…l’Africa non ha inventato niente. Tranne forse una cosa: l’invenzione di non essere assillati dal dover inventare, e nemmeno dal teorizzare in sistemi e ‘giudizi’. In altre parole, una forma indispensabile, solo in questo continente conosciuta, della libertà”; “L’Africa non avrà avuto Beethoven, ma la sua musica la conoscono tutti i suoi abitanti, mentre Beethoven è privilegio di pochi”, eccetera, eccetera.

L’incomprensione ha radici antiche. Il capitolo sugli esploratori snocciola fatti delittuosi che fanno accapponare la pelle. La presunzione di superiorità fa sì che l’esploratore, che rischia la vita per conoscere l’Africa, non dedichi un briciolo di energia alla materia umana; egli sa tutto delle varietà botaniche che raccoglie e cataloga con amore, ma non vuol sapere nulla del cuore dei portatori, quasi non fossero suoi consimili. Allora tutto è possibile. L’autore, opportunamente, riporta i ricordi del giovane Michel Leiris: gli etnologi che negli anni Trenta stavano creando il famoso Musée de l’Homme di Parigi, laggiù nei villaggi razziavano reperti con procedure degne di gangster titolati. Adesso, dopo averla depredata per secoli, l’ego occidentale trova in Africa un’occasione d’oro per soddisfare il proprio desiderio di donare. Desiderio sano, a meno che non sia strumentalizzato (come nel caso della pubblicità dell’otto per mille citato a p.39) o mischiato all’altro, molto meno nobile, del potere.

Come si vede, la difesa che Rinaldi fa dell’Africa ha tutti i crismi della battaglia civile (non a caso ad un certo punto viene strizzato l’occhio al Carlo Levi di “Cristo si è fermato ad Eboli”); una battaglia che non risparmia la frusta agli africani che la frusta meriterebbero, come quegli ufficiali di Luanda che innaffiano la cena col Dom Perignon pagando un conto che avrebbe potuto sfamare un milione di sfollati, in base al costo della razione distribuita dall’ONU.

Due dei capitoli più interessanti del volume sono dedicati alla dicotomia città-villaggio. Quest’ultimo è equilibrio, culla e luogo di civiltà millenaria, tempo scandito dai ritmi naturali, pace; il villaggio è l’Africa. La città è invece estranea alla cultura del continente, è una proiezione dell’Europa, è “Europa d’oltremare”. L’africano inurbato è costretto a “conquistarsi” uno spazio al suo interno; una conquista precaria, faticosa ed alienante che traligna nel sabotaggio: “Crudele fine delle città venute da un altro mondo e imposte a una terra che non le voleva, città soffocate dai loro abitanti ribelli e trasformate, per punirli a loro volta, in sudaticce prigioni”. Qui siamo nel cuore del problema. Quale delle due Afriche finirà per prevalere? Quella rappresentata dallo spazio metropolitano, che a vista d’occhio perde la propria identità e che Sembène Ousmane chiama “tubo digerente del mondo” o quella, rappresentata dal villaggio, che non ha gettato la spugna e che ad Anne-Cécile Robert sembra destinata a venire in aiuto all’Occidente? Niccolò Rinaldi non fornisce risposte. E come dargli torto? La questione resta aperta ed interpella in egual misura africani ed occidentali: il mondo è uno e uno solo, si afferma giustamente nella prefazione al libro.

Un’ultima annotazione. Niccolò Rinaldi qua e là si lascia prendere la mano da quella che sembra essere una latente vocazione letteraria riservando al lettore piacevoli momenti. Si veda per esempio l’inizio della descrizione di un quartiere di una città congolese: “Un presepio napoletano dove il canto non è quello degli angeli, ma è la radio a tutto volume che suona ondulate canzoni…”

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