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Nicola volontario nello slum di Soweto

“La povertà è la condizione di singole persone o collettività umane, che si trovano ad avere, per ragioni di ordine economico, un limitato (o del tutto mancante  nel caso della condizione di miseria) accesso a beni o servizi sociali d’importanza vitale.”   

Questo è il concetto di “povertà” che troviamo sui nostri dizionari, che ci proiettano necessariamente a concetti di povertà di beni materiali, cibo e infrastrutture che ci consentono di mantenerci in vita soddisfacendo i bisogni umani primari (mangiare, bere, dormire, ripararsi dal freddo).

Ho scelto di andare in Kenya, nella baraccopoli di Soweto in periferia di Nairobi, per confrontarmi con un mondo completamente nuovo e opposto a quello da me conosciuto.  Non ero mai entrato in un Slum prima di giugno, non sapevo ciò che avrei trovato, visto e vissuto veramente una volta dentro.Ignoravo le dinamiche che “regolano” una convivenza tra poveri, l’assenza di un qualunque oggetto atto a soddisfare i beni primari.

Non avevo mai visto da vicino la corsa e la lotta giornaliera per procurarsi un pasto per vivere. Non avevo mai dato tanta importanza ai miei pasti prima, non ero abituato al concetto del mangiare per tenersi in vita e non per il gusto del cibo. Sembra scontato, lo so, ma in Africa non c’è veramente nulla di scontato.
Ciò che mi ha colpito dal primo istante, non è stato vedere povertà ovunque: a quello ero pre
nicola arisci volontariato sowetoparato. Ciò che mi ha veramente impressionato è stato vedere un’intera popolazione, nazione, continente, in balia dei “potenti del mondo”. Se ne parla tanto, è vero, ma toccare con mano è diverso, è forte, è crudele!

Toccare con mano la “volontà” di un paese che promuove e garantisce “IGNORANZA” al proprio popolo, nascondendo volutamente la cultura e la scienza è veramente Anti-Umano! Questo è ciò che fa male dell’Africa! E’ già difficile accettare che nel 2013 qualcuno muoia ancora di fame, ma è indecente accettare che ci siano popoli interi che muoiono di fame perché non sanno coltivare neanche la terra che hanno, perché nessuno lo insegna a loro! Questa è la vera crudeltà umana. Mantenere un popolo ignorante ed affamato per i propri tornaconti economici è la meschinità umana che bisogna debellare.
E’ impossibile esprime in poche righe, le infinite sensazioni che ho provato in questa mia esperienza di 4 settimane. Indipendentemente dalle varie motivazioni che spingono le persone ad affrontare un’esperienza di questo tipo, investendo il proprio tempo, soldi, rischio, sono convinto, che sia un’esperienza unica per tutti coloro che la affrontano.

Non esiste viaggio a New York o a  Dubai che possa emozionare quanto un’esperienza di questo tipo ti dia realmente.
Prima di partire mi aveva colpito la relazione
di una precedente volontaria, che scriveva del “trovarsi avvolti dal senso del fare”. E’ impressionante infatti, quanto siamo tutti abituati nel vedere “il fare” come un qualcosa di concreto e manuale, quasi per “giustificare” un reale aiuto per la nostra presenza nel posto come volontari.

Ancor più imbarazzante, diventa poi, al rientro, rispondere alle persone che ti chiedono come prima domanda “cosa facevi di concreto li?”.  “Nulla” rispondo io! Non ho infatti tirato su muri, non ho costruito scuole né ospedali, né costruito ponti!
Ho regalato sorrisi a tutti i bambini che incontravo per strada ogni giorno.
Ho toccato la loro pelle ruvida e i loro capelli crespi pieni di funghi.
Ho visto dove vivono e sono entrato nelle loro “case”.
Ho bevuto e mangiato i loro cibi, fregandomene del mio concetto d’igiene.
Ho parlato con loro e sentito le loro storie. 

Ho visto l’imbarazzo di giovani donne che dimostravano di avere l’AIDS per ottenere un piccolo sussidio alimentare.  
Ho aiutato a portare di peso un disabile in una strada impervia per poter dare conforto ad altri disabili.
Ho toccato la mano a centinaia di bambini che probabilmente porteranno questo ricordo con loro a lungo.
Ho conosciuto gli “special children”, bambini di 6-12 anni che vivono per strada, senza genitori, costretti a dormire in mezzo al fango con ripari di fortuna, costretti a inalare la colla per non sentire la fame, costretti a vendersi per un piatto di riso. Ho  dato loro un sorriso, ho giocato con loro e mi sono sporcato di fango giocandoci insieme.

Questo “ho fatto” ed è per questo che probabilmente questa esperienza ha dato più a me che a loro. Per questo vorrei che questa mia esperienza di mio viaggio non vada persa, ma che in qualche modo serva  a sensibilizzare l’animo di qualche occidentale abituato ad avere tutto, senza chiedersi troppi perché,  con i miei racconti e le mie foto. Da quando sono rientrato non faccio altro che spingere i miei interlocutori a provare questo tipo di esperienza.
Viviamo in un mondo troppo legato a stereotipi di felicità materiali, scordandoci il vero valore della vita. L’Africa te lo ricorda, te lo fa vivere, nulla è invece scontato. L’Africa ti fa vivere la vita senza la frenesia di inseguire il superfluo. L’Africa ti lascia un ricordo indelebile dell’essenza della vita stessa.  Per questo e per poter giocare ancora con quei bambini dal sorriso incontaminato dai vizi che ci tornerò senz’altro!

Nicola Arisci, Soweto - Kenya – Giugno 2013

 
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