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LETTERA DI CHIARA, VOLONTARIA NELLA BARACCOPOLI DI SOWETO IN KENYA


Ho imparato che da un copertone si possono ricavare delle scarpe meravigliose.

Ho imparato che un semplice straccio, come da noi verrebbe definito, puo’ avere mille usi e trasformarsi a seconda del bisogno in una gonna, una mantella, un copritesta, un habitat paradisiaco per un bambino in fasce.

Ho imparato che le divise blu non sono solo quelle degli operai che ad ogni turno pensano a quanto sia alienante quell’ossessivo e ossessionante impiego (ormai i tempi della rivolta proletaria sono passati), ma blu sono anche quelle tute lacere, spiegate, intrise di sudore, di ragazzi rinchiusi perche’ affamati o perche’ trovati in una qualsiasi strada ad una qualsiasi ora che per qualcun altro era sbagliata.

Ho imparato che gli spaccapietre non sono solo protagonisti dei quadri di Coubert, ma che qui a migliaia si stanno spaccando la schiena.

Ho imparato che i veri giochi non si trovano nel mega centro commerciale, ma che due fili di ferro, tappi di bottiglie e tutto cio’ che qui si trova strada facendo, piu’ la fantasia che solo nell’infanzia si puo’ avere, sono una miscela esplosiva.

Ho imparato che l’icona occidentale di un fisico asciutto e muscoloso non e’ rintracciabile solo nelle migliori palestre, ma che caricare tutto il giorno pesi il doppio del tuo puo’ fare miracoli.

Ho imparato che la musica e’ quella che hai dentro dal momento del primo vagito e che ti continua a fiumare fino all’ultimo sospiro, e che nessun conservatorio potra’ mai imprimertela.

Ho imparato che in una baraccopoli sudicia, rassegnata, frustrata e frustrante, trovare energia per continuare a sopravvivere e’ una scommessa giornaliera, ma che forse questo i bambini con lo sguardo furbo ed il sorriso aperto non lo sanno, dunque di speranze e futuro ne possiamo ancora parlare.

Ho imparato che la vera poverta’ non e’ quella materiale, ma quella spirituale, dell’anima. E li’ non c’e’ lotteria o totocalcio che ci puo’ venire in aiuto.

Ho imparato che le parole sono spesso superflue, in un mondo in cui sempre piu’ spesso si parla ma non si dice.

Ho imparato che questa non e’ stata una pausa nella mia normale routine. Nella vita non ci sono pause, ma solo esperienze concatenate che mi fanno essere cio’ che sono in una continua trasformazione. Panta rei, direbbe Eraclito... tutto scorre...

Ho imparato che vicino c’e’ l’altro che, superate le barriere di razza, religione, status sociale, e’ differente ma di egual valore. E’ a lui a cui devo porre attenzione.

Ho imparato a essere egoista, perche’ se non si e’ in pace con se stessi, sarebbe per me un’impresa condividere con gli altri... ed io non sono un Ercole in grado di superare mitiche fatiche.

Ho imparato che qui e’ semplice fare il cosidetto “bene”, verso i cosidetti “ultimi”, sentirsi soddisfatti e stare a posto con il proprio ego. Ma sara’ l’Italia nella mia cultura, lingua, letteratura, quotidianita’, la mia grande sfida.

Ho imparato che il termine “ultimo” (e qui mi scuso con la Comunita’) non riesco proprio a digerirlo, e non perche’ sia una sofista alle prese con una questione sintattica o morfologica, ma semplicemente perche’ non e’ propositivo... preferisco parlare di persone.

Ho imparato che sono solo cazzate prendersela con la societa’, perche’, non so voi, ma io mi sento parte del pianeta in cui sono ed anche di questa societa’ che tanto ci diverte e gratifica criticare (si sa che il capro espiatorio e’ da secoli necessario all’uomo: Hitler uccise milioni di ebrei, in questo momento preferisco pensare al sorridente Malaussene di Pennac).

Ho imparato che nel mio piccolo devo cercare di seguire quei valori che in questa sede sento che sono da tutti condivisi, valori che prescindono da ogni credo e che io voglio pensare (forse in un eccesso di ottimismo) siano connaturati all’essere umano.

Ho imparato che la conoscenza e’ la linfa e che mai la curiositas, che sia quella omerica, dantesca o leopardiana, dovrebbe spegnersi nei nostri io.

Ho imparato che l’immaginazione non ha confini, che non e’ strano vedere nei caldi corpi ricoperti di vesti perfettamente annodate ed elegantemente indossate di queste felliniane matrone, quadri di Botero o le statue della Madre Terra Gea, che alcuni ricordano di aver visto una volta sui libri d’arte delle scuole medie (se non rapiti dalle forme appena rotondeggianti della biondina in seconda fila).

Ho imparato che non e’ impossibile viaggiare rimanendo seduti e che si puo’ farlo anche nelle chiassose strade di Soweto, riflettendo sulle possibili esistenze dei suoi abitanti. Come il mzee (anziano) che ogni domenica va in chiesa con il suo vestito bianco rigato, i suoi occhiali dalla forma irregolarmente quadrangolare, l’aria dignitosa e lo sguardo fiero e lontano. Chissa’ quanto i suoi occhi hanno veduto, quanto si sono bagnati, o quanto le sue mani hanno lavorato, suonato, palpeggiato morbidi seni nelle notti insonni.

Ho imparato che le emozioni forti (ma questo forse un po’ lo sapevo gia’) mi colgono impreparata, sbigottita, ma il brivido, quello lo ricordero’ a lungo. E tante le emozioni del viaggio con la mia compagna: dallo stordimento per il non riuscire a notare la fine dell’oceano (se di fine si puo’ parlare) e l’inizio dell’orizzonte, dal sentimento intenso e palpitante scaturito dalla contemplazione del piu’ bel cielo dei miei anni in un bus che percorre solitarie strade notturne, dall’ammirazione per un tramonto che nessuna tela potra’ mai rappresentare (non ci sono riusciti neanche gli impressionisti), fino a fantasticarmi su quelle nuvole, volando beata sull’ovattata distesa come Aladino sul magico tappeto, un fachiro sui suoi meditativi chiodi, o me stessa sul morbido cuscino della poltrona in vimini in cui mia madre pettinava i miei lunghi capelli dopo un bagno avvolgenete (qui Proust avrebbe detto la sua).

Ho imparato che io ho la possibilita’ di scegliere la mia vita fra migliaia: eremita sul Kilimangiaro, danzatrice del ventre in un harem, pensatrice su un alto baobab (miscuglio tra un piccolo principe e un barone rampante), suonatrice jazz in un club esclusivo di Cape Town, parlamentare straziata dalla dicotomia tra i suoi giovani ideali e il mondo politico, fino a felice madre di famiglia trepidante in attesa che i bimbi tornino da scuola per fare assaggiare quella torta costata ore di lavoro. Ma io ho il potere di fare questi pensieri, qui si sta perdendo anche la voglia di svagare la mente contemplando mondi migliori.

Ho imparato che il Kenya (e forse tutta l’Africa) e’ la terra dei contrasti: da un sole che infiamma ad una pioggia torrenziale, da un giorno luminoso alla piu’ buia delle notti, dalla caotica ed occidentale Nairobi, alla poesia di luoghi distanti qualche chilometro, dalla piu’ sfrenata delle ricchezze alla piu’ degradante delle miserie, dai milioni di neri ai pochi bianchi che continuano a possedere piu’ di quanto il mio cervello possa comprendere, dal soffocante ammasso di un disordinato slum alla bellezza paesaggistica da togliere il respiro.

Ho imparato che il mal d’Africa esiste, che probabilmente non cogliero’ mai fino i fondo la sua essenza, ma e’ questo suo mistero che mi affascina (d’altronde per me anche le strade di Soweto lo sono rimaste).

Ho imparato che capire e’ complicato, che la mia cultura, storia, le porto dentro e mai le rinneghero’, e che nella vita ci saranno sempre cose segrete ed incomprensibili, ma il bello e’ proprio questo.

Ho imparato che abbiamo ancora tanti cuori da conquistare, profumi da assaporare, moduli da compilare, bocche da sfamare, strade da percorrere, da quelle di fango, d’asfalto, di ferro, fino a quelle celestiali.

E per finire (citando Calvino) ho imparato che: “Le associazioni rendono l’uomo piu’ forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone e danno la gioia che raramente si ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’e’ onesta e brava e capace per cui vale la pena di volere cose buone”.


Soweto, 17 maggio 2006

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